L’estate “turbolenta” di Anne

Recensione

Una lettura deliziosa, mi è parso di essere tornata indietro di quindici anni, a quelle bellissime serie anni ’90/2000 che ti tenevano incollati allo schermo una serata intera per guardare la puntata. Quei teen drama dal sapore puramente adolescenziale resteranno per sempre nel mio cuore.
Altro che Netflix, ma procediamo con la recensione.
Trama
La storia è ambientata negli anni ’60, Anne è una ragazza londinese che ha appena perso suo padre, tra l’altro già orfana di madre, e, dunque, raggiunge lo straricco zio James in Florida, che la ospita e la tratta come una figlia, in virtù del profondo affetto che nutriva per la defunta sorella. Qui Anne incontra Charlie, il cugino, Natalie, la figlia della seconda moglie dello zio, e John, il ragazzo che le farà battere il cuore. Un’estate turbolenta per Anne, che fugge dalla sua drammatica realtà e nasconde un grande segreto, che l’autrice svelerà sul finale spiazzando il lettore. Sarò sincera, non me lo aspettavo, anche perché sembrava una normalissima storia d’amore, e invece il tutto si è trasformato in un giallo. La cosa mi ha piacevolmente stupito. La scrittrice è stata molto abile nel rivelare la verità soltanto alla fine della storia senza seminare indizi nel corso della trama; in realtà un indizio c’è, ossia il diario nero di Anne, ma quest’ultimo viene relegato nel dimenticatoio dalle vicende sentimentali dei protagonisti, assumendo un ruolo preminente solo al momento opportuno.
I personaggi principali, oltre ad Anne, sono una compagnia di giovani americani, spensierati ma al tempo stesso afflitti da tutte le problematiche tipiche della gioventù trasposte nel contesto sociale e nell’epoca in cui si trovano a vivere. Così Charlie è pazzamente innamorato della sua sorellastra Natalie, Nat per gli amici. Hanno avuto precedentemente una storia d’amore ma poi si erano lasciati perchè lei lo aveva tradito, o almeno questo è quello che ha creduto il giovane fino a quando non le rivelerà che la ama ancora. John, lo scapolo impenitente della città, perde la testa per Anne, ma lei vuole di più, gli chiede matrimonio e figli, e lui scappa a gambe levate per poi pentirsene subito dopo. Nina, invece, si innamora di un giornalista affascinante e tenebroso, che alla fine cederà alle sue lusinghe.
Ogni singola storia si incastra alla perfezione nel puzzle intricato della trama, dando vita ad uno storytelling originale e molto coinvolgente. I personaggi sono descritti molto bene, così come i panorami mozzafiato che incorniciano gli eventi.

Considerazioni finali

Mi è piaciuta molto questa storia, ho divorato il libro in una manciata di ore e mi ha distratto dalla routine. Lo consiglio vivamente per una lettura di piacere e anche per avventurarsi in un’epoca lontana dalla nostra, ma molto affascinate, quali erano i favolosi anni ’60, messi in evidenza dall’autrice anche dal vestiario dei suoi protagonisti e dal loro modo di pensare e percepire la società.
I loro dialoghi e loro gesti sono baluardi di quel periodo fatto di tacchi alti e vestitini svasati stretti in vita.
Il personaggio che mi è piaciuto di più?
Charlie ovviamente.
Un po troppo protettivo, ma uno strafigo (alto, moro e riccioluto) premuroso e sempre presente, generoso e coraggioso, anche disposto a rimetterci la vita per salvare i suoi cari. Una sorta di cavaliere medioevale senza lancia e cavallo, ma pur sempre un cavaliere. Un po troppo impulsivo forse, ma data la giovane età non c’è da meravigliarsi.
Dunque, vi lascio, consigliando la lettura di questo romanzo, davvero davvero carino!

Voto: 4 stelle

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Una sfumatura chiamata “Grey”

Recensione

Tutti, o quasi, abbiamo letto Cinquanta Sfumature di Grigio.
A prescindere dalle recensioni, positive e negative, che ne sono scaturite, è impossibile negare che è stato uno dei best seller del secolo. Mettendo da parte la scrittura della James, che trovo poco entusiasmante e ripetitiva, l’argomento trattato ai tempi, eravamo nel 2011, ha destato un certo scalpore. La James ha portato sulla scena letteraria una pratica sessuale molto particolare e trasgressiva che rappresenta, ancora oggi, un tabù. Una forma perversa dell’amore e, soprattutto, del piacere, strettamente connessa al dolore, il dolore fisico scaturito dalle punizioni corporali durante il sesso.
E qui si apre un mondo di perversione che non ha niente a che fare con la trama di Cinquanta Sfumature e, ancor di più, con quella di Grey.
Quando è uscito quest’ultimo volume della serie, l’ho ignorato volutamente. Sinceramente mi ero sorbita tre libri su questi due, Anastasia e Christian, e non mi andava di rileggere la storia per l’ennesima volta, la cosa mi annoiava.
Credo che sarebbe stato più originale inserire i due punti di vista nello stesso libro ma, forse, l’autrice non aveva contemplato un simile successo quando è uscito il primo libro e ci ha pensato dopo, su suggerimento di qualcuno.
Il movente, suppongo si tratti di bisness.
Ma tralasciamo queste considerazioni inutili alla recensione e continuiamo.
Dunque, c’è Anastasia, la bella e imbranata studentessa e Christian il multimiliardario stronzo.
Questi due, come tutti sanno, si incontrano quando Anastasia sostituisce la sua amica malata, per un intervista del giornale studentesco, al famoso Signor Grey. I due si incontrano, si piacciono e dopo qualche giorno di frequentazione compare il famigerato contratto tra Sottomessa e Dominatore, che lei accetta sommariamente (forse firma, forse non firma, chi lo sa? Povero Christian!)
Non spoilero la fine se per caso c’è ancora qualcuno che non l’ha letto.
Lo storytelling è surreale, ai limiti del ridicolo, e, se lo scopo è quello di innalzare la libido dei lettori, beh vi dico subito che a me ha fatto l’effetto contrario. Le scene erotiche sono lente, claudicanti, smielate e non hanno niente a che fare con il sadomaso che, come vi renderete conto in Grey, è totalmente estraneo alla natura di Christian.
Un Dominatore alquanto strampalato e sdolcinato, poco realistico se associato a quella realtà estrema. Il dolore, che avrebbe dovuto essere uno dei principali protagonisti della vicenda, quel dolore che dovrebbe procurare piacere nelle menti perverse, è completamente assente, e denuncia la totale ignoranza dell’autrice in merito che giustifica il tutto con la verginità della neofita pseudo Sottomessa.
Le quasi seicento pagine di Grey si concentrano sulle seghe mentali di un ragazzo, problematico certo, ma palloso, lasciatemi passare il termine, e infantile. Un peter pan traumatizzato, che pensa solo al sesso e a fare soldi.
Come li fa, poi, è un mistero visto che sperpera denaro come se piovesse. E non mi riferisco soltanto ai regali. Anche i suoi investimenti sembrano poco vantaggiosi.
Ma veniamo a lui, veniamo al famigerato protagonista.

Christian Grey

Che dire?
Se dal punto di vista di Anastasia l’ho trovato in un certo senso passabile, emanava un certo fascino, soprattutto se associato al bel viso di Dornan, con Grey mi sono cadute le braccia.
Scusatemi ma il latte mi è sceso fino alle ginocchia.
Allora, Christian è un ragazzo di 27 anni, plurimilionario a capo di un’azienda che sputa soldi come se non ci fosse un domani. È stato adottato da una famiglia benestante dopo aver passato la prima infanzia nella povertà, ha subito abusi fisici e psicologici che hanno segnato la sua psiche, rendendolo l’uomo spietato che è stato fino all’incontro con la Steele.
Lei, non si sa come, lo ha magicamente cambiato e redento da tutti i suoi mali.
Che fantasia la James, un insulto a chi ha veramente subito simili violenze.
Ci sarebbe da andare al manicomio, ma tralasciamo questo dettaglio volutamente ignorato dalla scrittrice che risolve tutti i problemi di questo povero ragazzo con una sdolcinata storiella da quattro soldi. La sua prima infanzia traumatica cede il passo, dopo un periodo di quiete con la nuova famiglia adottiva, ad un’adolescenza peggiore. Una delle amiche della madre, la decantata Elena, e qui la città che ha reso celebre questo nome assume un altro significato, quando quel poveretto già traumatizzato dalla nascita, ha quindici anni, lo inizia alle pratiche del sesso sadomaso, abusando ancora di lui e torturandolo a suo piacimento come uno schiavo sessuale. Una specie di pedofila pazza e perversa che lui idealizza manco fosse la Madonna.
Non so come la psiche di questo poverino abbia retto, ammetto che mi fa una grande pena, fino a quando non leggo i suoi pensieri.
Christian è dotato di una personalità essenzialmente insicura (e ci credo, con tutto quello che ha subito!) e bisognosa d’affetto, alla continua ricerca di conferme palesi. Ma non è tutto. È arrogante, pomposo, a tratti deficiente e fintamente altruista. In realtà non gliene frega niente dei poveri della Terra, si occupa solo dei cavoli suoi. È uno a cui piace scopare, questo è sicuro, ma il sesso che gli interessa non è il sadomaso, in quanto aborrisce qualsiasi forma di dolore. È piuttosto propenso al sesso tradizionale con qualche pensiero perverso, come il frustino nell’intimità di Anastiasia, due cinghiate e qualche sculacciata sul sedere della sua bella, niente di più.
Il tragicomico è che a lei piace essere sculacciata.
Scusate ma mi viene da ridere.
Nelle prime pagine, seppur solo un ragazzo, si propone come un cinquantenne, poi la cosa per fortuna sfuma con la trama. Alcune affermazioni come ” È figo essere me”, “La mia parte del corpo che preferisco”, ” Io fotto forte”, “Mangia” e molte altre baggianate, mi hanno impietosito, questo giovanotto ha dei seri problemi che non si risolvono con una notte di passione “tradizionale”.
Non c’è, all’interno del testo, nessun approfondimento sulle pratiche sadomaso, tutto è campato in aria, lasciato al caso. Sul finale poi la lettura sembrava interminabile, le ultime 80 pagine circa sono un macigno sullo stomaco, una lagna e un piagnisteo continuo.
Veramente due p…e, scusatemi.
La cosa positiva della storia è che almeno questo ragazzo, distrutto dalla vita, è in cura da uno psicoterapeuta, anche se sarebbe stato più adatto uno psichiatra.

Considerazioni finali

Tuttavia, devo ammettere che alcune cose di questo libro mi sono piaciute, come per esempio, gli incubi di Christian, il suo universo irrazionale e inconscio che emergeva nel sonno in modo poetico e lancinante, trasportandolo nella sua infanzia terribile, la James avrebbe dovuto approfondire e dare maggiore spazio a questi momenti, che liquidava quasi subito attraverso la negazione categorica della parte cosciente e consapevole di Grey. Mi piaceva lui quando organizzava le cose per Anastasia, perché diciamolo una volta per tutte che Christian Grey più che essere un mostro onnipotente si crede di esserlo. La parte romantica è il suo elemento, o meglio, quello della inesperta E. L. James, che come tutte le donne sogna “Cuori e fiori” usando le parole di Mr Grey.
Non ho odiato Christian, ne l’ho amato, sinceramente mi è parso un personaggio poco realistico e forse, anche per questo, ha fatto sognare migliaia di donne nel mondo. Lui, il suo contratto pseudo- sadomaso e la sua frase preferita ” esercito il controllo su tutto Miss Steele” resteranno per sempre impressi nella letteratura di quart’ordine.
E poi, dopotutto, c’è qualcuno in questo universo che non ha mai voluto esercitare il controllo su tutto?
Un’altra cosa essenziale che mi ha lasciato questo libro è la necessità di guardare la mail. Ragazzi controllatela sempre, non si sa mai ci sia qualche messaggio importante e voi ve lo perdete per correre dietro ad una ragazza!
Che romantico il super impegnato Mr Grey.
Un’ultima cosa: NON CONSIGLIO ASSOLUTAMENTE LA LETTURA, è troppo noioso!

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“Un gentiluomo imperfetto” o quasi

Recensione

Un gentiluomo imperfetto è un romance ambientato nella Roma di fine ottocento. Il suo protagonista principale è Gabriele Saccocci, un libertino impenitente che usa sollazzarsi con le belle dame di sangue blu, anche con quelle maritate. Un giorno però, l’incontro con Giuditta, una fotografa tutto pepe, indipendente e repubblicana, cambia per sempre la sua vita. Si innamora di lei al primo sguardo e decide di cercare la ragazza, di cui non conosceva l’identità, per tutta Roma. La trova nel quartiere ebreo, la ragazza ha infatti origini semitiche, e gestisce con sua nonna una libreria antiquaria.
Galeotto fu lo scrivano della piazza, un vecchietto arguto e furbetto, attraverso cui Gabriele gli fa recapitare una lettera in cui decanta tutto il suo amore per la bella fanciulla. I due giovani si fidanzano ufficialmente e la nonna di Giuditta, sua unica parente, accetta il giovane a patto che rispetti sua nipote fino al giorno del matrimonio. Gabriele accetta, intanto però, confessato al nonno, fedele cristiano e antisemita, i sentimenti per la fanciulla ebrea, lo caccia di casa. Gabriele va a vivere provvisoriamente dall’amico Virgilio, giornalista di stampo liberale che instrada Gabriele alla carriera di giornalista, tanto che, dopo qualche tempo, inizia a lavorare per il giornale L’Avanti. Intanto, la popolazione romana è in delirio a causa della fame e della povertà, dunque, durante un giro in carrozza del Re, in occasione di un evento sportivo nella capitale, un povero disgraziato attenta alla vita del sovrano armato di coltello, subito fermato dalle guardie. Inizia dunque una caccia all’uomo e ai traditori della corona, e, anche attraverso false accuse, portano in galera centinaia di persone innocenti. Roma si ribella al sovrano, cosí come le altre città italiane, e scoppia la rivoluzione.
Cosa accadrà a Gabriele, Giuditta e i loro amici?

Descrizione:
L’autrice descrive i personaggi in modo soddisfacente, è facile immaginare la chioma riccioluta e bionda di Gabriele oppure gli occhi ambra di Giuditta che perlustrano Roma dietro la sua macchina fotografica. Per quanto concerne gli ambienti e i paesaggi, tutto è narrato nei minimi dettagli. Il lettore viene trasportato per le vie di Roma e ci cammina dentro attraverso l’immaginazione. Il testo è, inoltre, ricco di curiosità storiche sulla capitale.
Una chicca è la comparsa di D’Annunzio verso il finale, poco realistico ma comunque divertente.
A livello sintattico invece sono presenti alcuni errori di revisione, che, in alcuni tratti, rendono il testo poco scorrevole. Nel complesso è un libro molto interessante, forse mi sarei aspettata maggiore romanticismo e un tocco di passione in più.
Buona lettura!

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Loretta Minnozzi “a Corte”

Introduzione

Nel centro degli Appennini la vita scorre monotona ma quando giunge a Castel Berarda la lettera della Marchesa Camilla – la prima di una lunga serie dalla corte di Francia – il destino prende una piega diversa per la Contessina Astremisia che la porterà a un ruolo non suo: quello di favorita del Re e del suo seguito, un codazzo di servitori dai titoli altisonanti che ruotano, ogni giorno, attorno al sovrano per assecondare i capricci reali.
Tra rigidi protocolli, decreti urgenti e un decalogo bizzarro, frutto dell’esperienza dell’attempata Marchesa, Astremisia non dorme sogni tranquilli: la sua avvenenza di sole quindici primavere è giunta all’orecchio di Sua Maestà che rischia di destabilizzare le sorti dei due paesi, pur di accoglierla a corte per una ricognizione urgente “de visu et de manu”.
Per la voce autoriale e l’idea portante di una terminologia ricercata e coeva, il romanzo è sui generis e trascina il lettore in un quadro d’epoca che fuoriesce in toto dai calamai dei singoli personaggi.

Recensione

La favorita del Re, ironico e bizzarro, sarcastico fino alla sfumatura più profonda di quell’inchiostro che lo ha generato per mano della sua talentuosa autrice.
Cari lettori, vi anticipo già che la lettura sarà uno spasso, purtroppo troppo breve, ma intenso, come si suol dire. La protagonista del racconto è la giovanissima contessina Astremisia, scelta dal re di Francia come sua favorita, atta ad una ricca attività epistolare con funzionari regi di alto rango, eminenti emissari della chiesa e una voce autorevole che la istruisce nel ruolo che si accinge a ricoprire, ossia l’ex favorita del Re, la nobile Sanzanima. Il tutto colorito da un famigerato decalogo che, la poveretta, in veste di futura favorita, dovrà seguire alla lettera.
La lettura, seppur leggera e piacevole, ritaglia tra le righe la realtà del tempo, impeperita da nobili sotterfugi e potenti ruffiani che aspirano agli alti gradi del potere. Il re, un fantoccio manovrato dal Gabinetto, che prende le decisioni sul regale trono adibito ai bisogni corporali, appare come una marionetta dedita al sollazzo personale, e la sua vita privata viene trattata al pari di un affare di Stato, così come accadeva in quell’epoca di dame e cavalieri. La Minnozzi è stata molto brava, descrivendo quella realtà con un linguaggio ricercato, richiamando quel gergo antico anche a livello filologico. L’autrice, utilizza termini appropriati, che rendono reale un rapporto epistolare frutto della sua penna esperta e conoscitrice accurata delle dinamiche storiche, arricchendo la trama con citazioni letterarie non di poco conto, testimoni di una cultura acquisita e studiata con passione.
Dunque, La favorita del Re, è un romanzo che merita davvero, una lettura da non perdere per arricchire la conoscenza e imparare nuove parole di un’epoca travagliata e affascinante. Per tutti coloro che ancora non hanno letto il romanzo, consiglio di non attendere oltre, e buttarsi a capofitto in questa trama coinvolgente e simpatica, io, dal canto mio, non posso che augurarvi una buona lettura in compagnia di Astremisia e le sue lettere.

Biografia Autrice

Loretta Minnozzi (classe 1973) nasce a Macerata. Una laurea in Economia e l’abilitazione a Consulente del Lavoro la portano a non coltivare le sue passioni ma una domenica d’autunno del 2019, di ritorno da un evento culturale, riapre un cassetto e termina il primo romanzo. Con “La Favorita del Re” riceve il Premio Residenze Gregoriane 2020 nella sezione di “Narrativa Inedita Breve” e arriva finalista al Concorso Letterario Argentario 2020.
A giugno del 2022 pubblica il racconto La Carta d’Identità nell’antologia “Marche d’Autori – i Traguardi” (vol.4°) che raccoglie 100 racconti delle migliori penne d’autori marchigiani.

L’Essere, nel bene e nel male

Dagli albori della storia, o, almeno, da quando si ha memoria, l’universo è dominato da due forze in contrasto tra di loro e che sono all’origine di ogni pensiero che il saggio Marx indicava col nome di “sovrastruttura”, ovvero religione, filosofia e tutto ciò che non apparteneva alla sfera dei bisogni primari, la cosiddetta “struttura”. Lungi dal soffermarci sull’aspetto politico e sociale della vicenda, l’intendo è quello di affrontare un tema dibattuto da secoli su un piano prettamente teoretico. L’argomento dell’indagine qui enunciata è l’eterna lotta tra il bene e il male, tra la luce e l’oscurità, tra il bianco e il nero. Una lotta incessante che richiama varie branche del sapere. Una delle linee teoriche che ha dominato la sfera culturale negli anni antecedenti al Cristianiesimo è il Manicheismo a cui anche Sant’Agostino, prima della sua conversione, ha aderito con particolare entusiasmo. Secondo la dottrina elaborata dal profeta Mani, il mondo si regge su due forze contrapposte, il bene e il male appunto. Il primo incarna la luce e la spiritualità, il secondo le tenebre e la materialità.
Una dualità che domina il mondo e l’anima umana in un eterno conflitto degli opposti, un fuoco che arde e divampa incessantemente richiamando l’eterno divenire eracliteo. Con il Cristianesimo questo dualismo ha raggiunto l’apice. Sulla vetta, al di sopra del creato, c’è Dio, l’eterno bene, l’amore da cui tutto promana (Sant’Agostino), nei meandri più profondi, invece, in quell’abisso oscuro e dannato, c’è Satana, il male assoluto. Nel De Civitate Dei, Agostino parla di due città, la Gerusalemme celeste, il bene, destinata a trionfare, e la Gerusalemme terrena, il male e il peccato, destinata a soccombere. Una dualità che contrasta nettamente  con l’eterna unità che ha governato per secoli la scena filosofica. I neoplatonici, di cui Agostino era un fervente lettore, sostenevano l’unità del divino, questo Uno che era tutto e da cui tutto si diffondeva, generando una gerarchia degli esseri da cui però l’Uno non faceva parte, essendo esso l’essere per eccellenza, l’esistenza all’ennesima potenza, ciò che è e da cui tutto promana. Già Parmenide aveva cercato di dare una definizione di essere, un primo tentativo in chiave metafisica che discostava dalla fisica concreta dei suoi antichi colleghi. Secondo il filosofo greco, l’essere è un eterno presente, fisso e immobile. “L’essere è e non può non essere” sostiene con convinzione. Un essere che travalica nella piatta versione di un eterno fissare, come le anime che descriveva Dante nel suo Paradiso. Una danza e un inno verso Dio, verso la pienezza e bontà d’essere, amore di essere, amore in ogni forma che sfocia in felicità perenne nel semplice osservare estatico della luce, del bene.
Al contrario il male genera sofferenze e dolore, torture e pene infinite, come Paolo e Francesca, travolti da una tempesta eterna per il loro amore lussurioso, ma ben altre pene peggiori sono riservate ai dannati.
Dunque, il bene e il male, sono due forze che, irrimediabilmente, reggono le fondamenta dell’universo e, come due potenti titani, sorreggono sulle loro spalle la volta celeste per impedire che il mondo venga distrutto.
Una sorta di legge divina regolata però dal libero arbitrio, e qui entra in gioco l’uomo e la sua morale.
L’uomo può e deve scegliere se seguire il bene o il male, se ancorarsi al bagliore candido della luce divina o lasciarsi schiacciare dal buio pesto del male. Una scelta non sempre dettata da una lucida, quanto flebile, razionalità umana, ma dettata, spesso, da una natura innata che pervade l’individuo dalla nascita.
Ancora una volta l’uomo è protagonista indiscusso della storia e della filosofia, del suo vivere nel mondo e delle azioni che compie, guidato dall’imperfezione del suo essere, in contrasto con la perfezione assoluta.

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“Il Dio alieno della Bibbia” terrore e tremore della Chiesa – PARTE II

Nel suo testo ” Il Dio Alieno della Bibbia” Mauro Biglino analizza nel dettaglio i versi biblici e riporta, con dovizia di particolari, una traduzione letterale dello scritto, che contrasta fortemente con la traduzione metaforica con cui, invece, nel corso dei secoli e ancora oggi, la Chiesa ha trasmesso la parola divina. Occorre precisare che la Bibbia, ha subito diversi rimaneggiamenti che ne hanno trafugato il reale messaggio. Tuttavia cela ancora diversi misteri che all’occhio dello studioso si sono rivelati alquanto devastanti.
Dunque, cosa ci sta dicendo Biglino?
Una cosa molto semplice.
Egli ci invita a leggere la Bibbia non in senso figurato, bensì in senso letterale. Quello che è scritto è, non bisogna andare a cercare tra le righe dei significati oscuri che con ogni probabilità sono frutto della mente umana, anzi ecclesiastica.
Lui stesso riporta all’interno del libro alcuni versi e li traduce nel loro significato concreto. La cosa che spicca subito all’occhio è la descrizione di Dio, disegnato all’interno del testo biblico, non come un essere etereo privo di un corpo e, nemmeno, come l’Onnipotente creatore del mondo che dispensa amore e premi a coloro che vivono nella virtù. Al contrario, qui, emerge un essere molto concreto, dotato di un corpo (cammina per diversi Km e ha bisogno di mangiare e bere, lo stesso Abramo si preoccupa di preparargli un pasto che lo rifocillasse a dovere e lo invita a riposarsi per riprendersi dalla fatica). Per non parlare poi del suo carattere, quel Dio è un arrogante e un prepotente, che inneggia alla guerra e cerca in ogni modo di sopraffare i suoi rivali.
Quali rivali direte voi? Dio è uno e molteplice, Dio è finito e infinito, è l’alfa e l’omega.
Dio non ha rivali!
Ma nella Genesi casca l’asino!
Perchè Dio parlerebbe al plurale se è l’Uno? Chi lo sa! Forse secoli di platonismo e neoplatonismo hanno contribuito a travisare la situazione.
Comunque, se fosse stato da solo, dice Biglino, non avrebbe avuto motivo di conquistare il suo pezzo del pianeta, anche il più povero per giunta.
Forse era accompagnato da qualcun altro? Altro mistero, si sa soltanto che gli Elohim, questa stirpe a cui apparteneva anche il celebre Yahweh, erano in molti e non uno soltanto e che cacciano l’uomo dell’Eden per paura che, dopo aver preso coscienza di sé stesso, diventi anche immortale ” come noi” c’è scritto letteralmente nella Genesi.
Ma ritorniamo a Dio. Lui non è solo, è accompagnato sempre dai suoi angeli, tra l’altro spietati come lui. Anch’essi, leggendo il testo, sembrano essere fatti di carne e ossa e camminano a piedi diversi km.
Ma gli angeli non hanno le ali?
Biglino si sofferma poi sugli strumenti usati da Dio.
Pare che egli seguisse il popolo ebraico su una nuvola, che emanasse scie di fuoco che ustionavano chiunque si avvicinasse e che tutti dovevano stare a debita distanza.
Si aggirava forse all’interno di un’astronave? Il suo immenso potere era forse dovuto a qualche attrezzo tecnologico particolare?
Tutto è probabile.
Soffermiamoci infine sul suo nome “Colui che è” scusate, ma sembra una presa per i fondelli.
Biglino elabora la teoria secondo cui, il nostro furbetto Yahweh volesse nascondere la sua identità ai suoi nemici, e dunque, non fidandosi della gente che si era scelto, aveva deciso di dare un nome fittizio.
Tutto potrebbe anche essere nel vasto mondo delle possibilità, tuttavia, occorre precisare che ogni teoria ha la pretesa di essere verificata, e purtroppo in questo caso ogni verifica è nulla.
Leggere il testo di Biglino è stata una splendida avventura che mi ha condotto in una spirale di supposizioni che fanno riflettere. Potrei continuare ancora, ci sarebbero molte altre cose da aggiungere, ma dovrei scrivere un libro a parte.
Dunque, vi invito a leggere con  attenzione questo testo affascinante e a trarne le vostre conclusioni.

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“Il Dio alieno della Bibbia” terrore e tremore della Chiesa – PARTE I


Tra gli scritti più affascinanti della storia, l’Antico Testamento biblico si trova sul podio. Uno scritto enigmatico, ricco di intrighi, passioni, guerre e cataclismi, in cui le fila della trama vengono mosse dal famoso Yahweh, il Dio ebraico, il nostro Dio. La storia di un popolo, il popolo ebraico, attraversata dai secoli, dove incesti, omicidi, tentati omicidi e guerre invadono il tempo, mentre punizioni spietate e Angeli del Signore portano morte e distruzione. Yahweh affascina e spaventa al tempo stesso, è un personaggio misterioso “Colui che è”, criptico, arrogante e crudele.
Non è un caso la celebre frase “L’ira di Dio”, che prende spunto proprio dalle azioni compiute dal nostro Dio.
Una divinità alquanto strana, un condottiero votato alla guerra più che un amorevole padre che dispensa premi e doni.
Su di lui, uno dei testi che più mi ha colpito e che analizza nel dettaglio questo essere dalle doti divine e terribili, è “Il Dio alieno della Bibbia” di Biglino. Badate bene, Biglino non è uno qualunque, ma uno studioso biblico incaricato dalle edizioni Paoline di tradurre la Bibbia; un incarico che ha mollato quando ha iniziato a leggere il testo originale, dichiarando che non poteva continuare un lavoro che si discostava dalla realtà del testo. Leggendo la Torah in lingua originale  egli ha carpito informazioni che portano sgomento e fanno tremare le fondamenta della religione. Un Dio che in realtà non è un Dio, più vicino all’umano che al divino, che faceva uso di strumenti ad alta tecnologia, visti come potenti mezzi di potere da parte dell’umanità che all’epoca popolava la Terra. L’uomo di quel tempo, dal punto di vista industriale e tecnologico, era ancora agli esordi, poco evoluto e ancorato alla manualità, dunque, qualsiasi elemento estraneo a quel mondo veniva considerato divino. Per fare un esempio, se uno di noi potesse viaggiare indietro nel tempo, fino a quella antica era, portando con sè uno smartphone, uno smartwatch o, addirittura, una macchina, ebbene, anch’esso sarebbe considerato una divinità.
Se 20 anni fa mi avessero detto che avrei potuto scrivere pigiando dei pulsantini su uno schermo, avrei riso in faccia ai miei interlocutori. Per me, all’epoca, il pulsante era un oggetto fisico facente parte di un corpo distaccato dalla schermo, non incorporato in esso, e immaginavo che ciò fosse solo fantascienza.
Ebbene, quanto mi sbagliavo!
Questo secondo esempio serve a far comprendere che anche ai nostri giorni, ciò che non si conosce viene considerato impossibile, inesistente o divino e soprannaturale. Ecco perché, questo misterioso personaggio di nome Yahweh riuscì a porsi come leader di un popolo. Pensate un attimo agli strumenti che utilizzava e che ha donato loro, primo fra tutti l’Arca dell’Alleanza. Essa funzionava solo se si indossava il pettorale in dotazione e causava gravi danni fisici se qualcuno decideva di avvicinarsi a quell’aggeggio senza le giuste precauzioni. Pare che Salomone la utilizzasse per comunicare con il Dio, una sorta di ricetrasmittente in legno e oro che non funzionava senza il sussidio del pettorale, forse uno smartphone del passato.
Biglino elabora diverse ipotesi affascinanti a riguardo che analizzerò dettagliatamente nel prossimo articolo.
Intanto… buona lettura!

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Rosita Mazzei, una scrittrice vestita di nero

Una delle autrici più interessanti del panomarama letterario italiano è senz’altro Rosita Mazzei che ha esordito con il suo primo romanzo “Lady Selene” nel 2018. Rosita è una scrittrice dal sapore gotico, che incanta i lettori con una scrittura tagliente e geniale. Una penna illuminata dalla formazione filosofica che la contraddistingue, che affascina e intriga al contempo. Le sue storie si vestono di nero e assumono sfumature dark dal carattere inquietante. Iniziare un suo libro significa non fermarsi fino all’ultima pagina, poiché ti inchioda alle parole e ti imprigiona in una spirale di morte. Questo è ciò che mi ha trasmesso il suo secondo romanzo “Un nobile orrore” che catapulta il lettore in un’epoca romanticamente tetra e terrificante.Ora, non posso non consigliarvi la lettura di “Un incubo vermiglio”, l’ultima avvincente e appassionante fatica della scrittrice calabrese, sono sicura che anche questa volta non deluderà le aspettative.

Acquistatelo numerosi qui https:///incubo-vermiglio-Rosita-Mazzei-ebook/dp/B0BHPBKZF3/ref=mp_s_a_1_1 e vi aspetto sul mio blog il giorno di Halloween per la recensione e buona lettura!

1950 Nel tepore del proprio letto da morto, egli ascoltava un po’ stordito le dolci quanto tristi melodie provenienti da un vecchio violino, suonato per anni dal proprio vicino sempre alla medesima ora. Ogni sera, alle ventidue precise, il vecchio Arnold eseguiva […]

Rosita Mazzei.

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Il “Codice da Vinci” tra Arte e Rivelazione

L’autore dei nostri giorni che ho preferito in assoluto è Dan Brown, di lui ho letto quasi tutto e Robert Langdon è diventato un mio caro amico durante i freddi pomeriggi invernali. Sono banale, lo so, ma il libro di Brown che più ho adorato e che rileggo volentieri è il “Codice da Vinci”, con una trama avvincente e un mistero, il mistero dei misteri direi, che si dispiega nella trama attraverso il genio logico del mitico professore, esperto di simbologia e arte.
Ho già detto che l’ho adorato?
L’acume intellettuale di Langdon si ingegna nella risoluzione di un fitto intrigo enigmatico volto alla sensazionale scoperta del Graal.
“La linea della Rosa” attraversa il globo, dall’America alla Francia, dalla Francia all’Italia, dall’Italia all’Inghilterra e infine di nuovo in Francia.
Tutto inizia e tutto finisce al Louvre, il museo dei musei, un angolo d’arte da cui promana il genio artistico per eccellenza. Filosofia su tela, poesia adagiata su pareti di storia.
Il “Codice da Vinci” è sicuramente un romanzo avvincente, ma non è solo questo. Leggendolo si assapora l’enigma in ogni sfumatura di colore impresso su tela, in ogni pietra lavorata a formare una statua, in ogni scritto che cela un mistero nascosto. La rivelazione è la vera protagonista della storia, una rivelazione religiosa ma anche letteraria che sfocia in un finale mozzafiato. La teoria di Brown sul Graal, frutto di numerosi studi, è alquanto intrigante, in chiaro contrasto con la dottrina ecclesiastica.
Non farò alcun accenno alla trama, che tutti conosciamo, dico soltanto che crea nel lettore una curiosità insolita per un tema trattato da secoli, rivisitandolo in chiave rivoluzionaria.
Lo so, mi sono dilungata molto su questo romanzo, ma non potevo non parlarne, non qui sul mio blog.
Altri scritti dell’autore americano che mi sono piaciuti molto sono “Angeli e Demoni”, “Il simbolo perduto”, e “Inferno”, mi ha convinto poco, invece, la sua ultima opera “Origin”, molto incentrata sulla descrizione dell’intelligenza artificiale e poco rivolta al tema predominante dello scritto, ossia “Chi siamo?” e soprattutto ” Da dove veniamo?”, a cui lo scrittore ha dedicato qualche pagina verso la fine. Anche l’estro intellettuale di Langdon qui appare fiacco, quasi stanco dinanzi alla sua amata arte. Nulla a che vedere, dunque, con il “Codice da Vinci” così brillante ed intenso.
Brown resta comunque uno degli autori moderni che ho più apprezzato nel vasto mondo letterario moderno e che vale la pena leggere. Uno scrittore la cui penna trasmette un certo fascino trasportando il lettore nel suo mondo di simboli e storia.

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Cos’è Filosofia

Care e Cari Readers, come ho anticipato nella mia presentazione, uno degli argomenti a cui mi dedicherò nel mio blog è la maestosa signora che incarna il sapere in ogni sua sfaccettatura, la leggendaria Filosofia.

Quest’affascinante ammalliatrice illumina la via del saggio e lo sprona alla ricerca incessante. Incentiva la conoscenza e innalza la mente a nuovi orizzonti. La nostra signora vanta origini molto antiche e la sua scia si disperde nella storia. Gli storici fanno coincidere la nascita della filosofia con la fondazione della Scuola Ionica, conosciuta anche come Scuola di Mileto, colonia Greca, da parte dello studioso Talete intorno al VI secolo a.C.
Ma cosa significa il termine Filosofia?
La parola Filosofia deriva dall’unione di due termini di origine greca, ovvero “philein”, che significa amare, e “sophia” che indica la saggezza.
Dunque, con questa magica parola, si suole intendere “Amore per la sapienza”, un amore che si radica in tutte le aree della conoscenza. A livello etimologico, l’utilizzo del termine, è alquanto oscuro. La maggior parte degli studiosi concorda che il termine non abbia avuto origine dai presocratici, bensì sia sorto in epoche più tarde. Occorre precisare che i primi pensatori non erano affatto coscienti di essere filosofi, per loro la Filosofia era una disciplina che sfociava in uno stile di vita volto alla continua ricerca; in particolare, i primi filosofi, come Talete, Anassimando e Anassimene, attuavano i loro studi nel reale, solo successivamente, a partire da Socrate e più approfonditamente con Platone e Aristotele, lo studio tocca argomenti più complessi e meno concreti, come l’anima, Dio e il mondo.
La Filosofia, unica e vera madre delle scienze, al tempo dei presocratici, e durante i diversi secoli che seguirono, si annidava nelle varie branche del sapere.
TUTTO ERA FILOSOFIA.
La matematica, la geometria, la fisica, la medicina, la biologia, l’arte, la scrittura, la pedagogia, la psicologia, la sociologia; in altre parole, tutto il sapere era Filosofia, un concentrato di saggezza per pochi eletti (Eraclito) da scovare con attenzione e arguzia d’ingegno (Socrate).
Dunque, il concetto di Filosofia risulta alquanto complesso, e, come una bella donna in abito da sera, seduce la mente umana e la trascina nelle fauci di un mondo crudo e nuovo che lascia poco spazio al mito e all’immaginazione.

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